Sognando Beirut

I giornalisti in Bolivia vivono tutti a Sopocachi, un quartiere di La Paz, vicino al centro, fatto di grattacieli di vetro anni settanta e case colorate in stile eclettico-coloniale, ristoranti con cucina internazionale aperti anche dopo le dieci, tipo il thailandese Mafrao e il Mediterraneo o il francese la Comedie, e caffè con la connessione a internet wi-fi e buona cucina, come l’Alexander di Piazza Avaroa.

Al mattino, se si va verso le undici all’Alexander non è difficile trovare tutta la stampa internazionale riunita in consesso, di fronte a un frullato e a un caffè, una squadra di una quindicina di giornalisti che controllano la posta col Mac bianco o grigio, super slim.

Se il potere volesse colpire la stampa, magari prima di un colpo di stato, basterebbe sequestrare i giornalisti riuniti all’Alexander e sarebbe facile impedire al mondo di sapere che cosa succede a La Paz e in Bolivia. Basterebbe chiudere la porta di un bar.

“Non mi sono mai sentito così isolato come in Bolivia”, mi ha confessato una sera un giornalista spagnolo di origine canaria, “io che vengo da un’isola, sento l’isola virtuale di Sopocachi più chiusa di quella reale che vivevo a Tenerife. Almeno lì c’era la spiaggia e il mare”.

Per i giornalisti occidentali la tentazione di fare “comunella” e di isolarsi in un paese eterogeneo e lievemente ostile deve essere naturale. In Bolivia non è facile integrarsi con la gente, riservata e per niente ospitale. Eppure rinunciare a mischiarsi col luogo e con la strada significa rinunciare a fare questo mestiere onestamente. Il che ha il sapore di una sconfitta, che spesso pesa nello sguardo dei giornalisti di qui e nei loro racconti. Il positivo è che, non essendo un paese importante, i corrispondenti sono tutti giovani, il più vecchio ha 35 anni.

La Bolivia è piena di storie da raccontare, ma l’agenda internazionale è già abbastanza piena soprattutto di Medio Oriente e lo sguardo eurocentrico è difficile da convincere che ci sia qualcosa che valga la pena a queste latitudini. Il giornalista straniero in Bolivia è segnato da un conflitto perenne con la sua redazione e con gli editor, che spesso vivono in Colombia o in Messico, e che di Bolivia non sanno quasi nulla e quello che sanno è una cartolina piena di cliché.

Per questo il giovane giornalista in Bolivia sogna Beirut e studia arabo.

Basta una bomba in Afghanistan o in Palestina per far passare in secondo piano sui media internazionali qualsiasi storia boliviana, e non è diverso per il resto dell’America Latina.

Così per lottare contro la frustrazione di scrivere e indagare storie che probabilmente non verranno mai pubblicate, se non a prezzo di tagli importanti e di rinunce, il giovane giornalista straniero ammazza il tempo prendendo lezioni di arabo. Sognando il Pulizer e la fama lontano da Sopocachi.

A La Paz c’è un solo cinema decente, la Cinemateca, un paio di librerie e Amazon non arriva. “Per passare il tempo ci ubriachiamo e facciamo l’amore, se fossimo a Beirut forse non avremmo tempo che per lavorare. Questa è l’unica cosa che ci consola”, mi dice ammiccando il giornalista spagnolo.
Io subito penso a Robert Fisk che non mi sembra digiuno né di alcol, né di donne. Ma non ho il coraggio di rompere nessuna illusione.

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