Minatori

“Questo governo ci ha restituito autostima, un salario minimo di tremila boliviani all’anno e la consapevolezza che il nostro lavoro non arricchisce altri, ma noi stessi, il nostro paese, che stiamo facendo qualcosa di utile per noi e che il cambiamento è possibile”, Marcelo è pieno di passione e di retorica, è il capo progetto di un cantiere a Rio Grande a tre ore di distanza da Uyuni.

Io lo guardo con simpatia, perché è autentico, ma anche con parecchio scetticismo.
La retorica sudamericana è insopportabile, ma rende il linguaggio colorito e ricco di sfumature. Hanno dato al mondo grandi poeti, ma pochi filosofi. A pensarci bene si potrebbe dire lo stesso di noi italiani.

Pranzare con i minatori di Rio Grande è stata una delle cose piú emozionanti che mi è capitato di fare da quando sono qui.

Marcelo mi racconta come è cambiato il paese negli ultimi anni e mi spiega che, anche se i cambiamenti concreti ancora tardano a farsi vedere, l’importante è che i boliviani abbiano recuperato una percezione di sé emancipata e libera, e che non aspettino il sostegno dei paesi stranieri per sviluppare e costruire il proprio benessere.

Quello che ho visto a Rio grande in realtá è un piccolo cantiere con grandi ambizioni, un cantiere in cui i minatori lavorano senza misure di sicurezza, respirando polveri tossiche proteggendosi semplicemente con un passamontagna di lana e occhiali da sole.

Quando li intervisto non fanno altro che cogliere l’occasione per ringraziare il loro presidente Evo Morales Ayma. Ripetono semplici slogan sullo sviluppo del paese e sulla loro nuova condizione, chiedono al presidente di fargli visita al piú presto.

Sono quasi tutti senza denti, hanno la pelle rovinata dal sole e dalle polveri che respirano, la maggior parte di loro non arriva a 45 anni d’etá.
Muoiono in semplici incidenti in miniera oppure di malattie come la tubercolosi che attaccano i loro polmoni cosí fragili.

Dopo la classe contadina, i minatori sono la categoria piú antica e piú povera della Bolivia, terra ricca di risorse minerarie, di oro, di stagno, d’argento, conosciuta per la sua ricchezza sin dai primi decenni della conquista spagnola.

“Ci stiamo liberando dai nostri complessi, dopo secoli di schiavitú stiamo cambiando il nostro atteggiamento verso i bianchi, coloro che ci hanno rapinato e saccheggiato per secoli”, continua Marcelo. Adesso si tratta di cominciare un nuovo processo di decolonizzazione, una nuova rivoluzione attraverso la via democratica.

Quando gli chiedo come faranno a costruire un know how capace di renderli completamente autonomi da quelli che lui chiama stati neoliberali e colonizzatori, lui sorride e con solennitá mi dice che ogni funzionario pubblico dovrá essere un buon politico, avere una formazione politica, avere una morale e un’idea del bene comune.

Che non si puó essere un buon amministratore senza avere passione.
Io penso a La Repubblica di Platone e ai mostri che ha generato, ma Marcelo mi sta simpatico e gli dico che mi sembra un progetto utopico, diciamo che vedo qualche difficoltá nella realizzazione di quello che lui crede cosí vicino per il suo paese.

Lui mi risponde franco e ancora col sorriso: “Si tratta d’innamorarsi, di cominciare a ritrovare passione per la politica”.
Poi s’informa: “E da voi come va?”. Io gli racconto qualcosa della politica italiana.
E lui: “Mi sembra che il problema da voi é che mancano i giovani, senza giovani è impossibile fare la rivoluzione”. Mi sa che ha colto nel segno.

Mi presenta un piatto enorme di carne cotta alla brace di patate lesse e di mais. Non ce la faccio a mangiare tutto gli dico, non sono un minatore. E lui: “vedi che continui con questa tua mentalitá e con i tuoi pregiudizi di bianca”.

Cosí, per non farlo sentire discriminato, ho dovuto finire tutto, e ringraziare Carlo Marx e Evo Morales Ayma, il suo profeta, del pane quotidiano.

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