L’expreso del sur

Per raggiungere Uyuni, un paese quasi al confine con il Cile, da La Paz ho impiegato lo stesso tempo che c’è voluto per andare da Roma a Buenos Aires, più di dieci ore.

Questa è la Bolivia, manca completamente di strade, di ferrovie, insomma di infrastrutture. Il mezzo di trasporto più comune per i boliviani è la corriera, il bus. Ce ne sono di tutte le categorie e sono sempre strapiene di gente, inoltre il tasso di incidenti stradali è molto alto.

Non ci sono strade asfaltate, le vetture sono piuttosto datate e spesso gli autisti si mettono alla guida completamente sbronzi.
Tutti quelli che conoscono bene il paese mi hanno sconsigliato di mettermi in cammino di notte e mi hanno pregato di preferire sempre il treno e l’aereo al bus, quando possibile.

Ma non c’è stato niente da fare, venerdì scorso, ho dovuto prendere un bus per Oruro, una città di minatori al centro del paese, famosa per il suo carnevale caratterizzato da una danza sfrenata che dura tre giorni in onore della vergine e del diablo, il demonio, che è la divinità venerata dai minatori. Centinaia di persone sfilano con vestiti preziosi e maschere che assomigliano a quelle dei mammuttones sardi, maschere di diavoli.

Il viaggio è andato bene, grazie a dio.

A Oruro, che francamente mi è sembrata una città piuttosto povera e scialba ho aspettato qualche ora prima di imbarcarmi sull’Expreso del Sur, un trenino a scartamento ridotto che arriva fino a Tupiza, al confine con l’Argentina.
La mia meta era Uyuni a sette ore di viaggio da Oruro.

Il treno corre piano, che è un ossimoro che dà l’idea.
Attraversa agglomerati di case e immense lande desolate, quando passa vicino alle abitazioni, per avvisare la gente che sarebbe meglio non attraversare i binari, suona: tuuu tuuu.
Come nei film.

I sedili sono comodi e i vagoni puliti e dalle immense finestrone entrano paesaggi incredibili, lagune abitate da uccelli colorati, distese di arbusti delicati e sullo sfondo la cordigliera blu cobalto.

Ogni due ore passa il ragazzetto della cucina, con il papillon, che urla. “Pollo, pollito”, offrendo porzioni di pollo e riso a volontà. E subito dopo arriva un signore più attempato con un cappello da ferroviere, che con uno scopettone pulisce il pavimento.

Ho passato il viaggio ad ascoltare la vita di Graciella, una donna di Oruro, medico, moglie di un pastore evangelico. Mi ha raccontato la situazione sanitaria della campagna boliviana e gli sforzi che questo governo sta facendo per garantire assistenza a tutti. Anche lei s’esprimeva in favore di Evo.

Sono arrivata a Uyuni a notte fonda, una piccola stazione di provincia che s’affaccia sulla piazza principale del paese. Poche macchine, poca gente un immenso cielo stellato.

Ero affamatissima, perché non mi andava di mangiare il pollo sul treno, e mi sono messa a cercare un posto dove ristorarmi con qualcosa di caldo, una zuppa di quinoa, per esempio.
Ma tutti i ristorantini del paese avevano una sola portata disponibile: pollo fritto e riso.

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