¡Patria o Muerte!

Quando sono arrivata a piazza Murillo, giovedì sera, per la chiusura della campagna elettorale a favore dell’approvazione della nuova costituzione, m’aspettavo di trovare gente del campo con la faccia dura e bruciata dal sole e minatori con i caschi marroni e la mani rovinate, invece sono stata sorpresa dalla classe media boliviana che era lì riunita, con la cravatta e ben vestita, per sostenere il Movimento al Socialismo (Mas), il partito del presidente Evo Morales.

“Avete qualche copia del progetto della nuova costituzione?”, chiedo a un gruppo di attivisti che distribuivano volantini.
“Si, compañera”, mi rispondono quelli.

Per un attimo ho sentito il sangue gelarmisi nelle vene, ¿“Compañera”?
Ho pensato in un baleno ai tanti discorsi politici sulla sinistra sudamericana e una parte patetica di me s’è commossa. Ho ripercorso tutto il santa santorum della sinistra italiana e della mia formazione umana e politica.
Poi sono tornata in me e mi sono addentrata nella festa.

La festa era popolare, “salcicciari” aymara agli angoli delle piazze arrostivano carne e drogavano l’aria di stimoli appetitosi.
Uomini, donne e bambini saltavano al suono della musica tradizionale andina e ai ritmi tribali degli afroamericani di Bolivia che vivono nello Yungas.

S’alternavano al microfono i rappresentanti di tutti i movimenti sindacali che rappresentano la base sociale del Mas, la presidentessa delle donne coltivatrici di mais, il segretario del sindacato dei minatori, la confederazione dei produttori di coca, il capo della comunità indigena del Ch’acro. E così via.

Tutti aspettavano Evo, che sarebbe dovuto arrivare da Chocabamba, sua città d’origine, dove aveva chiuso la campagna nel pomeriggio.

E quando è arrivato tutti a cantare l’inno nazionale col pugno alzato e la mano sul cuore. Il pugno alzato? O my God!

Ogni volta che cambiava musica uno dal palco gridava Que viva Bolivia e gli altri Que Viva!. Intervallato dallo stesso slogan in aymara: “All’alla Bolivia” e tutti “All’alla”.

Alla fine ero così stanca che non ce l’ho fatta ad aspettare il discorso del presidente e sono corsa a casa. Non sono più abituata a tanta retorica di sinistra, in Italia non ci sono più nemmeno le feste dell’unità. (Qui non tutti possono capirmi).

Il discorso del presidente però deve essere stato talmente lungo (come si sa Morales e Chávez s’ispirano a Castro e cercano di eguagliare il maestro, almeno nella lunghezza dei discorsi) che quando sono arrivata a casa ho acceso la tv e mi sono goduta le parole conclusive di Evo, che ha salutato il suo popolo, ha chiesto di votare per la nuova costituzione e … volete sapere come ha concluso?
“Compañeros y compañeras, hermanos y heramanas, Patria o Muerte, Patria o Muerte, Patria o muerte. ¿Quando? Caraco”.

È stato il colpo finale.

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